Cittadinanza, diritti, futuro: a Venezia, il Caffè Europa di Europe Direct

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Un’Europa attenta ad interpretare le sfide del presente per progettare un futuro migliore, un’Europa capace di promuovere idee e progetti di sviluppo e di benessere, un’Europa attenta a difendere i diritti fondamentali dell’uomo: è su questi temi che ho voluto incentrare il mio intervento di ieri a Venezia, nel corso del ciclo di incontri organizzati da Europe Direct.

Caffè Europa” – questo il nome dell’evento – aveva proprio l’intenzione di illustrare, spiegare e discutere le politiche dedicate al cittadino promosse al Parlamento Europeo. Io sono intervenuta su uno dei temi che mi è più caro: quello delle migrazioni e dello sviluppo, due concetti che ritengo complementari.
Le migrazioni, la mobilità delle persone e lo sviluppo socio-economico sono infatti le sfide principali del nostro tempo, a cui l’Europa è chiamata necessariamente a rispondere in maniera determinata ed efficace.

Ogni tentativo di semplificazione o – ancora peggio – di distorsione di questi tre fenomeni non fa che allontanarci quella visione solidale su cui i padri fondatori hanno costruito l’Europa, dopo un secolo di guerre continue. È facile presentarsi al proprio elettorato proclamando di fermare gli sbarchi, o di aiutare i migranti a casa loro: è molto più difficile invece sedersi attorno ad un tavolo facendo il punto sui temi indissociabili della mobilità, migrazione e sviluppo analizzandone le cause, le conseguenze, le sfide e le opportunità.

Questo è il lavoro che da cinque anni porto avanti al Parlamento Europeo, incentrando le mie azioni sui valori dell’accoglienza, della solidarietà, dell’integrazione, senza i quali non ci sarà nessun futuro per una nuova Europa.

 

«L’Europa non fa nulla per fermare i migranti»

Si sente dire molto spesso questa frase, eppure è profondamente falsa.

Dalla presentazione dell’Agenda Europea sulle migrazioni da parte della Commissione nel maggio del 2015, il Parlamento non si è sottratto al suo ruolo di co-legislatore! Al contrario, in Commissione Libertà Civili abbiamo iniziato una “maratona legislativa” sul pacchetto legislativo dedicato alla riforma del sistema europeo comune di asilo, a partire dalla risoluzione Kyenge/Metsola incentrata sull’approccio olistico al fenomeno migratorio e di asilo – una risoluzione che il Parlamento Europeo ha votato a larghissima maggioranza nell’aprile 2016. Abbiamo così adottato in tempi record il regolamento che istituisce l’Agenzia di una guardia frontiera e costiera europea.

Il regolamento Eurodac sul sistema di identificazione dei richiedenti asilo e l’Agenzia europea per l’asilo sono dei provvedimenti prossimi all’adozione da parte del Consiglio: pertanto saranno a breve operativi. Il regolamento qualifiche, la direttiva accoglienza, il regolamento procedure e il quadro dell’Unione per il reinsediamento sono stati adottati in commissione LIBE e oggetto di mandato negoziale con il Consiglio.
Sulla proposta di regolamento che rappresenta il caposaldo del sistema di asilo europeo, cioè il regolamento di Dublino, la commissione LIBE ha adottato una posizione lungimirante.
Ecco i punti cardine:

  • ci siamo opposti al sistema iniquo del criterio del primo paese di ingresso, criterio che ha fatto sì che negli ultimi anni solo 6 Stati Membri su 28 hanno fatto fronte a quasi l’80% delle richieste di asilo in Europa
  • abbiamo sostituito il sistema esistente con un criterio automatico di assegnazione delle responsabilità, tale per cui chi approda in Italia arriva in Europa.

La proposta legislativa è ora ufficialmente nelle mani del Consiglio il quale dovrà pronunciarsi, probabilmente, al prossimo consiglio europeo di giugno. I segnali tuttavia non sono incoraggianti. Mentre la Commissione e Parlamento lavorano nel pieno rispetto delle proprie competenze attuando un’agenda condivisa e spaziando tra le misure di politica interna ed esterna, il Consiglio rimane chiuso nei propri egoismi nazionali, incapace di trovare una posizione comune e di rispondere in maniera efficacie alle sfide che ci troviamo davanti. E se non riuscirà la presidenza bulgara a trovare un accordo su questi atti legislativi, sicuramente la presidenza che si installerà alla guida dell’UE il 1 luglio 2018, la presidenza austriaca, non porterà a casa risultati migliori.

Sono ancora troppi gli Stati membri che considerano le migrazioni come un problema e non un fenomeno. Sono ancora troppi gli Stati membri che chiudono gli occhi di fronte al declino demografico dell’Europa ignorando le conseguenze sui nostri sistemi di welfare dei prossimi decenni. Sono ancora troppi gli Stati membri che hanno una concezione di sviluppo limitata alla mera assistenza finanziaria, peraltro sempre più scarsa nei confronti del sud del mondo.

Ecco, io penso che sia doveroso fornire delle risposte concrete ad un fenomeno storico e strutturale che rappresenta al contempo un’opportunità e una sfida per le nostre società. Potremmo farlo eliminando il termine “crisi” ai fenomeni migratori, e magari iniziare ad aggiungere il termine “strutturale”, parlando di “gestione” e non di “contenimenti”.

Solo riconoscendone la complessità e solo mettendo in campo delle strategie globali sarà possibile elaborare una visione complessiva che permetta di sconfiggere le facili e illusorie narrazioni dei populisti e degli euroscettici. Non dobbiamo rincorrere la destra nel timore di una sconfitta elettorale. Quello che stiamo improntando in Europa, è la via del cambiamento verso una gestione sicura, ordinata e regolare dei fenomeni migratori, attraverso l’elaborazione di nuove legislazioni, l’attualizzazione di quelle in corso, l’elaborazione di nuove strategie.

Non possiamo analizzare il fenomeno migratorio senza soffermarci sulle cause profonde, non possiamo investire su misure emergenziali senza porre in essere adeguate politiche di accoglienza e integrazione, non possiamo limitare l’accesso al mercato del lavoro europeo senza analizzare le conseguenze del futuro declino demografico dell’Europa. Non possiamo pensare di prosperare, noi, il continente europeo, senza mettere in campo un piano straordinario di sostegno ai paesi africani. Sono sfide globali, intercorrelate tra loro.

L’Africa resta al centro delle nostre politiche. Oggi i due continenti si trovano ad affrontare sfide globali e comuni, che dobbiamo affrontare secondo una logica win-win, un approccio cioè in cui vi siano solo vincitori. Solo attraverso un partenariato rinnovato potremmo lavorare congiuntamente per eliminare le cause profonde che spingono le persone ad abbandonare i propri territori. Investiamo nella pace, nella democrazia, nello stato di diritto, rafforziamo la resilienza e preserviamo il nostro pianeta. Affrontiamo sì le sfide, ma cogliamo anche le grandi opportunità che questo continente giovane ci offre. In termini di cultura, di crescita e di risorse umane.

Tutta la politica migratoria poggia su un principio riconosciuto dai trattati e riportato all’articolo 80. Il principio di solidarietà e piena condivisione delle responsabilità.

Ecco, in Europa mi sto battendo affinché questo principio trovi la sua vera applicazione. Ma attenzione, quando si parla di solidarietà si tende ad associarlo allo spirito caritativo di un Paese che corre in soccorso di un altro. In realtà non deve essere così.

Per me la solidarietà è un interesse comune da condividere congiuntamente, per poter affrontare le prossime sfide del millennio.

Nessun Paese europeo riesce a prosperare da solo. L’Europa, intesa come tutti i suoi Stati membri, ha molto da guadagnare dal rafforzamento delle relazioni multilaterali dai legami politici, oltre che economici con i paesi del sud del mondo, in particolare l’Africa, ma ha anche molto da perdere qualora non riescano ad agire.

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